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Ottenere il meglio di sé: nello sport, nel lavoro, nella vitaOttenere il meglio di sé: nello sport, nel lavoro, nella vita

Come entrare in sintonia con il campione che è dentro di noi

Per ottenere il meglio di sé non basta mettere in atto un insieme di tecniche come fossero pozioni magiche, pillole miracolose che in modo illusorio e superstizioso ci faranno raggiungere i risultati cui tanto aspiriamo. L’applicazione di una qualsiasi tecnica deve prima lasciare il posto a un’altra fase fondamentale ovvero quella del controllo costante del proprio stato di attivazione e della relazione esistente tra tutte le parti noi permette il corretto utilizzo della tecnica giusta al momento giusto. Molte ricerche e studi nel campo delle neuroscienze, della psicologia positiva, della pedagogia e dello sport, si sono focalizzate sugli eventuali fattori che sono alla base dell’attivazione, della motivazione, della prestazione vincente. Esistono tanti modelli e tecniche di allenamento, di miglioramento e di coaching che proveremo a sintetizzare e che hanno un filo rosso che li accomuna: trovare il modo per imparare a dialogare con noi stessi e a padroneggiare costantemente il nostro stato interiore. In un recente passato si pensava che l’allenamento mentale e il prendersi del tempo per ragionare sulle aree di miglioramento ma anche sulle emozioni provate in una determinata circostanza, fossero aspetti secondari della pratica sportiva e anzi fossero pura teoria, lontano dalla pratica e che poco influiva sulle prestazione fisiche e la qualità del risultato atletico. Nessuno nega che le conoscenze tecniche siano comunque necessarie ma allo stesso tempo è la comunicazione con noi stessi che favorisce il loro utilizzo al momento opportuno diventando potenti leve per risultati eccellenti. Un dialogo interno, dunque, che impedisce la strada al manifestarsi di pensieri disfattisti ed emozioni negative come la paura di sbagliare o di essere giudicati, di non farcela, di non avere capacità adeguate allo sforzo. Queste portano la persona all’interno di uno stato d’animo che limita fortemente l’espressione del suo pieno potenziale compromettendo quel viaggio verso il successo. L’esperienza in tal senso, mostra che sono proprio queste dinamiche interne e personali ad essere molto simili a tutte le persone che a vario titolo si trovano ad intraprendere un percorso di miglioramento.

In ambito sportivo due sono le caratteristiche assolute e trasversali:

In campo sociale e lavorativo le cose non sono molto diverse. In tali contesti una caratteristica rilevata come necessaria è:

Bandura ( 2000) che ha svolto i pirmi studi innovativi sull'autoefficacia in campo sociale ed organizzativo lo definisce comerocesso cognitivo che conduce  alla consapevolezza del saper gestire e padroneggiare specifiche attività, situazioni e aspetti di se riguardanti la sfera psicologica e sociale. La descrive proprio come “la fiducia che una persona ripone nella propria capacità di affrontare un compito specifico”. Le condizioni di autoefficacia regolano dunque la motivazione, modellano le aspirazioni e i risultati previsti per i propri sforzi. E’ un’interessante concezione della mente come apparato capace di autoregolarsi e di generare nuove capacità attraverso l’ottimizzazione delle esperienze vissute. Ad esempio potremo avere un atleta che si pone obiettivi competitivi, che percepisce i compiti difficili come sfide, che attribuisce i fallimenti al proprio impegno insufficiente. Oppure al contrario potremo avere un atleta con basse aspirazioni e che percepisce i compiti come minacce o si sofferma maggiormente sulle insufficienze, sugli ostacoli, sugli errori. L’attenzione ai punti di forza diventa l’elemento che fa e farà la differenza tra questi due atleti. Un allenatore in tali casi avrà l’obiettivo di facilitare proprio lo sviluppo delle capacità di autogestione, autocontrollo, autovalutazione. Whitmore, pioniere del coaching nelle aziende, affermava che l’obiettivo primario per chi si appresta a iniziare un percorso di miglioramento è arrivare a «essere consapevoli sia del proprio stato d’animo che dei nostri pensieri su di esso». Una relazione costante e sincera con il nostro mondo interno, interrogandoci, ascoltandoci, affrontando con coraggio il principale e più temibile avversario, noi stessi! Proprio su questo tema si sviluppa il pensiero moderno di Timothy Gallwey allenatore della squadra di tennis dell'Università di Harvard e primo a mettere nero su bianco i suoi principi di base. Egli era solito affermare: “L’avversario nella nostra mente è molto più forte di quello dall’altra parte della rete”. Spiegando che c’è sempre un gioco interiore in corso nella nostra mente, in ogni sfida nella nostra vita, sia privata sia professionale. Non importa in che altro gioco siamo impegnati, il modo in cui lo affrontiamo è quello che spesso fa la differenza tra il nostro successo e il nostro fallimento. E' l’approccio chiamato "Inner Game", ideato e per la prima volta presentato al pubblico nel 1974. Egli fa notare un duplice livello di gioco: quello esterno, dove esiste appunto un avversario che si trova di là dalla rete e quello interiore, dove l’avversario, molto più ostico, si nasconde nella nostra mente. Gallwey continua affermando che ci troveremo sempre di fronte a queste due arene di gioco. I più grandi campioni dello sport, così come i manager di successo, gestiscono il proprio inner game in modo efficace nel tempo.

Si raggiunge uno stato ottimale di sincronia con tutte le nostri parti che negli stessi anni portò uno psicologo ungherese a parlare di uno stato di “Flow”. A caratterizzare l'esperienza di flow è proprio l’alto livello di concentrazione e di partecipazione all'attività. E’ l'equilibrio fra la percezione della difficoltà della situazione e del compito (challenge) e le capacità personali (skills). E’ inoltre presente un’alterazione temporale in cui l'orologio interno rallenta, mentre l'orologio esterno accelera, in un senso di piacevolezza e soddisfazione. L'equilibrio che viene a formarsi tra le richieste della situazione e le capacità personali favorisce l’insorgenza di quel flusso di coscienza che rappresenta il massimo del coinvolgimento emotivo della mente e delle emozioni nell’attività gratificante in cui si è immersi. Il contrario dello stato di flow si potrebbe dire sia caratterizzato dalla noia, la demotivazione, l’apatia, lo stress. Mihalyi Csikszentmihalyi lo introdusse per primo nel 1975 e tiene conto di due elementi:

1. Il livello di difficoltà di un compito;

2. La nostra competenza nello svolgerlo.

Se ad esempio sono un bravo tennista e sto affrontando un avversario altrettanto bravo, “entro” facilmente in uno stato di flusso, perché il livello di competenza e difficoltà del compito sono entrambi alti. Se invece gioco male a tennis e incontro un avversario altrettanto scadente, avvertirò apatia: infatti, in questo caso, sia il livello di difficoltà sia di competenza sono bassi. Sono necessarie, dunque, sufficienti abilitàper portare a termine un'attivita competitiva e lasciare poi che l’attività assorba completamente l'attenzione. Infatti l’interesse non è rivolto verso lo stato finale dell’attività, ma nella concentrazione profonda che si attraversa nello svolgere l’attività. E’ quel tipo di esperienza che si prova quando si è totalmente assorbiti tanto da dimenticare il trascorrere del tempo e perfino bisogni primari come la fame, la sete, il caldo, il freddo...La concentrazione e la conoscenza dei nostri stati emotivi e mentali ci porta ad avere piena consapevolezza di ciò che sappiamo fare e di ciò che vogliamo raggiungere. E’ l’autoconsapevolezza, che negli anni ’90 lo psicologo statunitense Daniel Goleman, introdusse definendola come la «competenza emozionale fondamentale per la comprensione psicologica di se stessi e sulla quale si basano tutte le altre». La consapevolezza costituisce un potente strumento per l’individuo: essere consapevoli permette di sviluppare una percezione più sicura dei propri stati interiori e della realtà esterna e dunque centrare il momento giusto e la tecnica preferita in qualsiasi campo della nostra vita. In questo senso il termine allenamento non è casuale ma significa che, una volta fatto proprio il metodo, si continuerà autonomamente a usarlo per focalizzarsi sul raggiungimento dei propri obiettivi. Zanardi (2000 in Giusti; Taranto 2004) focalizza alcuni passaggi fondamentali di questo percorso di allenamento:

Trovare l’allenatore che è dentro di noi diventa il punto di partenza per un itinerario di successo. Buon viaggio!

Silvia Battisti - Psicologa, Psicoterapeuta