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Sentirsi “empowered”!

Una delle nuove sfide del mondo sanitario e della salute in genere

Il termine Empowerment ha avuto negli ultimi anni una grande risonanza: appartiene a quel gruppo di termini anglosassoni non sempre facili da tradurre poiché sono concetti “ombrello” ovvero contengono molti significati. 

Cosa significa il termine Empowerment?

Esiste una vasta letteratura in merito a questo concetto, riguardante i più svariati ambiti: politico, medico, psicologico, in ambito organizzativo, pedagogico, ecc. Tra le molteplici definizioni (Rappaport 1981, Kieffer 1982, Levine e Perkins 1987, Zimmerman e Rappaport 1988), troviamo molti punti in comune e delle costanti. Prima di tutto l’empowerment è sia un processo di potenziamento del soggetto, individuale o collettivo, e sia il risultato di questo processo, ovvero quel punto di arrivo dopo un percorso di sviluppo personale. Infatti, un secondo aspetto importante è che questo concetto è fortemente correlato a processi di cambiamento che portano all’attivazione e allo sviluppo di un grande e diversificato insieme di risorse sia cognitive, sia emotive, sia relazionali e comportamentali nella persona coinvolta. Ad esempio l’acquisizione della capacità di comprendere meglio la realtà circostante e di esercitare un controllo maggiore sugli eventi, oppure l’assunzione di un ruolo più attivo, la consapevolezza e la responsabilità in rapporto a dei processi decisionali. Così come la presa in carico l’elaborazione di strategie ai fini del perseguimento degli obiettivi o l’ampliamento delle possibilità di riuscita nei più svariati settori. 

Nelle tante definizioni di empowerment, rientrano anche le modalità operative e relazionali attraverso cui innescare e realizzare processi di potenziamento: come la partecipazione, la facilitazione, la fiducia, la delega, l’emancipazione, la condivisione, l’incoraggiamento, la collaborazione, ma anche l’ottimismo e la tolleranza. Empowerment significa, dunque, aumento del “potere”, ossia attivazione delle risorse ad un livello individuale o organizzativo. Non si parla di un potere su qualcosa o qualcuno, ma di un potere con, ovvero della possibilità di collaborare attivamente e presidiare efficacemente le nostre azioni e scelte. Negli ultimi anni si è assistito a un crescente interesse nei confronti della tematica dell’empowerment, nell’ambito della relazione di aiuto e dell’assistenza al paziente, nel supporto, nella riabilitazione ed è un fenomeno ancora non ben conosciuto, ma che si sta facendo strada, in particolare nel panorama italiano. Il “patient empowerment” è, dunque, l’insieme delle metodologie, degli strumenti e delle azioni volte a conferire alle persone, una maggiore consapevolezza e autonomia nelle scelte che determinano il proprio stato di salute, facilitandone l'accesso alle informazioni e ai servizi di cui ha bisogno. Tale fenomeno è anche legato al rapido sviluppo tecnologico che ha caratterizzato l’ultimo decennio e che ha spostato l’attenzione sulla condivisione e la co-creazione di conoscenza. 

Cos'è il Patient Empowerment

L’arrivo di un’ampia varietà di supporti informatici, internet, media digitali, piattaforme dedicate, App, social ecc., infatti, ha drasticamente cambiato il modo in cui comunichiamo e interagiamo con i professionisti sanitari, con le aziende, con i media e con gli altri attori del mercato di riferimento. Con questo processo gli individui e i gruppi aumentano la loro capacità di operare scelte e trasformare tali scelte in azioni e risultati desiderati, potenziando le proprie risorse e migliorando l’efficienza del contesto in cui tali potenzialità vengono usate (The World Bank, 2005); Zimmerman (2000) individua tre componenti essenziali del patient empowerment, cioè quelle competenze da sviluppare affinché le persone possano padroneggiare le proprie vite. Esse sono, il controllo, la consapevolezza critica e la partecipazione. 

Competenze fondamentali attraverso le quali gli individui, le organizzazioni e le comunità acquisiscono la padronanza delle loro azioni e conseguentemente, essa assume un contenuto diverso al variare delle persone, delle organizzazioni e del contesto (Rappaport, 1987). Al contrario, un atteggiamento passivo e di attesa, la mancanza di controllo sulle proprie azioni (senso di impotenza, passività/powerlessness) può rappresentare un fattore di rischio per molte malattie, per cui il patient empowerment va sviluppato anche come strategia efficace di promozione della salute (Wallerstein, 1992; Laverack, 2004; Pisanti, 2013). Le persone empowered diventano individui che hanno acquisito la conoscenza, le abilità, le attitudini e la consapevolezza necessarie per influenzare il proprio e l’altrui comportamento e per migliorare la qualità della propria vita (Funnell et al., 1991); Sentono di poter collaborare attivamente alle scelte e decisioni con il proprio medico, operatore, terapeuta circa il percorso di cura, assistenza, riabilitazione condividendo tale decisione con i professionisti e specialisti di riferimento. Tutto questo facilita la possibilità reale di una decisione condivisa, SDM (shared decision making), un impegnativo lavoro di relazione fatto di ascolto ed empatia con l’obiettivo di integrare clinica e vita nelle scelte. Il patient empowerment è, dunque, il potere del paziente di rovesciare la gerarchia alla base del binomio “medico/operatore-paziente”, trasformandolo in“paziente-operatore/medico” e, quindi, valorizzando la propria posizione grazie a ciò che è stato esperito e rielaborato da egli stesso (Broom, 2005). In quest’ottica, il paziente è visto come un “esperto” e, per tanto, in grado di partecipare a pieno titolo al processo di diagnosi e cura accanto ai professionisti della salute, in modo da arricchire, grazie alle proprie competenze specifiche di “gestione del sintomo e della malattia”. Importante, in tal senso, l'empowerment, tende a innalzare il livello di competenza, oltre che degli utenti, anche dei professionisti chiamati a presentare chiaramente e con precisione le informazioni sanitarie e a prestare la giusta attenzione alla relazione. Essere empowered vuol dire partecipazione e la collaborazione tra professionisti e utenti, oltre che migliorare notevolmente il clima organizzativo e il buon funzionamento dei servizi e della macchina organizzativa. 

 Articolo a cura della Dr.ssa Silvia Battisti, Psicologa, formatrice Training Autogeno

Silvia Battisti, psicologa, psicoterapeuta