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Quali sono i principali sintomi psicologici che vengono maggiormente associati quando proviamo dolore?Quali sono i principali sintomi psicologici che vengono maggiormente associati quando proviamo dolore?

Spesso le parole dolore e sofferenza sono usate in modo intercambiabile

Ci può essere dolore senza sofferenza come nel caso degli atleti, che sanno che il dolore causato dall’affaticamento muscolare è un segno che l’esercizio è efficace e che i loro muscoli cresceranno di conseguenza.  Riguardo la  sofferenza essa può esistere senza dolore e in realtà, la maggior parte della nostra sofferenza non ha nulla a che fare con il dolore. Essa infatti è indotta da emozioni negative come tristezza, vergogna o colpa, o da situazioni come privazione della libertà, solitudine, angoscia, paura, depressione, rifiuto sociale, oppressione, ecc. Certamente non può esserci sofferenza se non c’è nessuno che la sperimenta, se non c’è nessuna consapevolezza da parte della persona.  Il dolore dunque può andare oltre la dimensione sensoriale e fisiologica e può abbracciare il concetto più ampio di “sofferenza” che integra la dimensione psicologica a quella sensoriale. Secondo la IASP (International Association for the Study of Pain) il dolore viene definito  “un’esperienza sensoriale ed emozionale spiacevole associata a danno tissutale, in atto o potenziale, o descritta in termini di danno”, tuttavia in letteratura e nella pratica clinica ancora oggi è spesso considerato solo nella sua componente sensoriale. 

Nel dolersi  compaiono  vissuti relazionali e affettivi, emozioni, reazioni personali, strategie di coping individuali e precedenti esperienze soprattutto nel caso di dolori cronici e protratti nel tempo. Secondo una interessante Review che ha raccolto tutte le teorie sul dolore (Silvestrini, Caputi 2013), l’abolizione della sola componente fisica potrebbe non essere sufficiente a far dire al paziente che non  ha più dolore. Si rigetta dunque la nozione di centro specifico del dolore, a favore di molteplici reti neuronali integrate in una cosiddetta neuro matrice, determinata sia da genetica che dal vissuto dell’individuo. Essa genererebbe  l’esperienza del sé-corporeo di cui dolore e sofferenza fanno parte.  Gli autori proseguono evidenziando che  se il sintomo sparisce, il paziente potrà continuare a lamentarsi e alla domanda riduttiva del curante, focalizzata  sulla scomparsa del sintomo dolore, risponderà di esserne ancora affetto, essendosi fusi nella mente del paziente il dolore sintomo e il dolore sofferenza. In questo caso il dolore diventa una modalità comunicativa di richiesta di aiuto, a cui gli operatori devono fare attenzione per una migliore qualità dell’intervento riabilitativo/curativo. Oggi, il Sistema Nervoso Centrale non è più considerato un recipiente passivo delle informazioni di tipo fisiologico provenienti dalla periferia, bensì un complesso network neurale che modula e processa tutte le tipologie di informazioni.  A tal proposito  Meltzak (1999), parlò di “esperienza del dolore”, comprendendo una più ampia gamma di manifestazioni e sintomi prettamente soggettivi. Secondo una definizione aggiornata del Ministero della Salute,  il segnale doloroso, una volta generato, viene modulato (limitato o amplificato) a vari livelli (segmentario e centrale) da stimoli provenienti da strutture nervose ( sensoriali, psichiche, della memoria…) e non solo (metaboliche, immunologiche..), prima di arrivare, alle sedi naturali che ne danno l’interpretazione clinica. Si spiega così come il dolore sia il risultato di un complesso sistema di interazioni, dove diversi fattori (ambientali, culturali,  affettivi, religiosi, fisici,...) ne modulano, entità e caratteristiche.
Riprendendo la definizione proposta dalla IASP, troviamo che il danno tissutale può essere in atto o potenziale Questo è un punto fondamentale perché vuol dire che la nostra percezione del dolore è influenzata dalla nostra personale interpretazione e valutazione. 

Quali sono i principali sintomi psicologici che vengono maggiormente associati quando proviamo dolore?

•    Ansia: paura ed ansia portano il paziente ad anticipare il dolore che avvertirà, esacerbando di conseguenza la sensazione.  In questi casi parliamo proprio di ansia anticipatoria  correlata al dolore, che può portare a gravi livelli di disabilità, poiché può  condurre all’evitamento di tutte quelle situazioni e di quei luoghi (sociali, lavorativi e scolastici) dove il soggetto ha avuto modo di sperimentare quel dolore (Gatchel et al., 2007).

•    Depressione: è  forse il sintomo più comune. Secondo molti ricercatori essa è presente in una percentuale che varia tra il 40% e il 50% nelle persone che soffrono di dolore cronico. In realtà, non sembra essere tanto la sensazione dolorifica in sé a generare lo stato depressivo, quanto le difficoltà nel farvi fronte e l’impatto sulla vita quotidiana. Ancora una volta non è la sensazione dolorifica a determinare una disfunzionalità quanto l’esperienza di dolore in generale

•    Rabbia: che nell’individuo con dolori fisici ricorrenti  di solito viene repressa (Okifuji e colleghi, 1999), perché socialmente indesiderabile. Questo conduce ad una maggiore probabilità di trovare soggetti che rivolgono la rabbia verso se stessi piuttosto che verso gli altri. Anche in questo caso il nostro stato emotivo (rabbia) e il giudizio della situazione sociale determinano in modo importante il modo in cui esprimiamo, la nostra esperienza dolorifica.

Insieme a questi fenomeni cognitivo-affettivi abbiamo  reazioni anche “puramente” cognitive, come ad esempio:

Conclusioni

In generale esistono delle caratteristiche comuni nel modo che potremmo avere di pensare su un dolore o una nostra condizione fisica. Essi sono sicuramente la ripetitività e i pensieri che si susseguono sempre uguali; la negatività e il pensare sempre a cose negative che potrebbero accadere o che sono accadute; frasi spesso prive di immagini mentali, esempi o metafore; vaghezza e lamento, che non portano all’azione ma richiamano altri pensieri; un grande dispendio di energie che porta a una mancanza di concentrazione su soluzioni alternative. Il dolore dunque, sia esso un senso di oppressione, una pugnalata che ci trafigge, un bruciore insopportabile può presentarsi in modi diversi. Ciò che cambia e il modo di valutarlo e interpretarlo da parte del soggetto. Il dolore è una sentinella che ci avverte di “qualcosa che non va” e viene più o meno “urlato” come richiesta di aiuto, assistenza e comprensione. E un’ esperienza vissuta nell’intimo da ogni individuo per cui lo stimolo doloroso viene percepito e si trasforma in una sensazione dolorosa, e si appesantisce del vissuto individuale, trasformandosi in sofferenza. Un dolore forte e continuo ad esempio può modificare la sfera affettiva, risente delle emozioni e dei condizionamenti culturali. Saper ascoltare il paziente, il suo vissuto, la sua storia di malattia, le sue parole chiave, il suo modo di valutare ed interpretare quanto sta provando e le strategie che sta adottando per gestire il dolore, saranno gli strumenti più efficaci per una cura mirata ed efficace nel tempo.  

Silvia Battisti - Psicologa, Psicoterapeuta