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L'intelligenza del sintomoL'intelligenza del sintomo

Ogni sintomo coinvolge sempre diversi livelli del nostro organismo ed è il segnale che un delicato equilibrio si è rotto.

L’intelligenza del Sintomo  

La spia di un malessere fisico o psicologico potrebbe apparire spesso all’improvviso, senza nessuna causa apparente, in contesti e in tempi spesso imprecisati e indefiniti. Vi sarà certo capitato di avere sintomi di vario tipo e intensità, di cui soffrite magari da anni, alla cui causa avete già dato una vostra pre-interpretazione vera o falsa che sia. Il sintomo infatti comunica prima di tutto a colui che lo soffre e non al medico o psicologo o altro terapeuta a cui si rivolge in un secondo tempo. La persona che lo legge come fosse un messaggio dal significato sconosciuto, coglie già un segnale al di la del dolore collegato ad esso. Alcuni forse non ricordano quando sia iniziato esattamente quel dolore, come si è manifestato? Dove è iniziato quello sfogo sulla pelle? Quel mal di schiena è arrivato da solo o accompagnato da altri sintomi?

Ho avuto modo di incontrare persone le cui storie si sono nascoste tenacemente dietro a quel sintomo o al contrario hanno parlato di altro escludendo un sintomo evidente.

Il sintomo dunque parla e fa parlare di sé, aprendo temi personali che vanno oltre una semplice spia accesa che chiede, spesso con violenza e insistenza, la nostra attenzione. Analizzando la grande diversità del loro manifestarsi, troviamo sempre un aspetto che appartiene un po’ a tutti i sintomi: non hanno nulla di estemporaneo e improvviso, hanno sempre un luogo e un tempo ben precisi e dunque una storia iniziata ancor prima della loro apparizione, che quasi mai prescinde da una particolare storia del soggetto. Il sintomo riassumendo:

Ecco gli attori che entrano in gioco:

Questo, dicevamo, consente al paziente di allargare lo scenario in cui si inserisce il sintomo, ampliandone il senso, coinvolgendo attivamente la persona che entra di fatto in una prima consapevolezza, di per se già terapeutica.  

Ed è proprio partendo dal termine greco “therapeia”, che ci avviciniamo a questo concetto. Il termine infatti, al contrario dell’accezione comune, ha il significato di servizio, assistenza, accompagnamento. Questo significa pensare ad ogni intervento terapeutico, di qualsiasi disciplina esso sia: psicologico, fisioterapico, medico, educativo, come un processo di facilitazione dell’autoregolazione e dell’empowerment stesso della persona che chiede supporto e cura, basandoci fin dalle primissime fasi sulle informazione che abbiamo a disposizione, come vero punto di partenza del percorso di guarigione.

Il grosso rischio, infatti, che si corre intervenendo terapeuticamente dall’esterno è di interrompere un equilibrio; l’organismo umano, infatti, tende naturalmente al mantenimento di una condizione di stabilità. Scientificamente il nostro organismo ha una condizione di un’omeostasi, la quale potrebbe essere definita meglio come “omeodinamica”, per chiarire meglio il nesso tra un continuo lavoro di adattamento e la stabilità che tale lavoro serve a mantenere ( Tolja; Speciani 2000). Ad esempio, è grazie a questo meccanismo che abbiamo 37°C di temperatura sia in estate e sia d’inverno, sia davanti al caminetto o se usciamo sotto una bufera di neve. L’organismo dunque ci servirà sempre un conto salato ogni qual volta tenteremo di spostarlo dal suo equilibrio naturale. Pensiamo alle tante sollecitazioni da parte dell’ambiente e allo stress conseguente, pensiamo anche a sforzi fisici, all’eccessiva concentrazione per un ‘attività senza permetterci una pausa, ad un allenamento fisico eccessivo senza un programma mirato, ad una dieta sbagliata o ad una alimentazione caratterizzata da eccessi. Certamente l’organismo reagirà  sul “troppo” con una forza uguale e contraria a salvaguardia della propria omeostasi, minacciata dal continuo sbilanciamento, con possibili danni legati allo spostamento del cursore verso una “specializzazione” ad esempio se troppo spostato verso la muscolatura o troppo verso uno sforzo cognitivo o emotivo.

Nel sintomo dunque è già presente la parte di sé che ancora non è emersa alla nostra coscienza, dunque in questo senso avere consapevolezza degli aspetti di sé sui quali il sintomo richiede l’attenzione porta a completarsi e quindi a guarire.

Un sintomo acuto è certamente un segnale che l’energia del sistema è attiva. Il corpo reagisce con forza e anche con violenza a qualcosa che non fa bene e che in molti casi è rimasto sepolto per anni  magari perché soppresso, evitato, spostato, dimenticato, cronicizzato. Spostare il cursore da uno stato cronico ad uno acuto vuole dire  passare da una posizione di controllo a una di massimo ascolto offrendo all’organismo un’occasione di riportare in primo piano le sue naturali difese e riorganizzarle in modo più equilibrato in modo da renderle capaci, un domani, di combattere un dolore o una malattia diversi e di mantenere attivo ed energetico l’individuo.

Guarire da un sintomo, dunque, non vuol dire creare un uomo nuovo uniformato ai canoni arbitrari e alle teorie pre-impostate del terapeuta “esterno”, che in quel momento lo ha in cura (Lago 2006). Non vuol dire neanche riportare l’individuo ad un momento prima della comparsa del sintomo, sia essa un momento di crisi o un forte dolore, ma restituire al soggetto le sue potenzialità evolutive che quel particolare sintomo ha interrotto e messo fuori uso.

  




Silvia Battisti - psicologa, psicoterapeuta