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Non sempre la zona che manifesta il sintomo è quella in cui risiede la problematicaNon sempre la zona che manifesta il sintomo è quella in cui risiede la problematica

L'importanza del lavoro sulla disfunzione primaria al fine di far regredire la sintomatologia algica

La colonna vertebrale, detta anche rachide, costituisce per noi un bene prezioso e insostituibile. E' importante conoscerla bene perché è forte ma al tempo stesso fragile e dall'uso che se ne fa dipende il suo buon funzionamento e il nostro benessere.

Anatomia della colonna vertebrale 

Per imparare a usare correttamente la colonna occorre prima conoscerla bene.

La colonna vertebrale presenta, nel soggetto sano, un allineamento senza curvature laterali.

Ci sono tre curvature fisiologiche: lordosi cervicale, cifosi dorsale, lordosi lombare.
La presenza di curvature ha una notevole importanza perché rendono la colonna più elastica e resistente.

Nel neonato non ci sono curvature tranne un’unica cifosi dorso–lombare primaria (perché compare per prima) e funzionale (perché sostiene globalmente la colonna). Durante lo sviluppo motorio la cifosi unica si modica fino alla comparsa della lordosi cervicale intorno al III-IV mese (è una lordosi di compenso perché in questo periodo il bambino comincia a controllare il capo in posizione seduta, per poter dirigere lo sguardo). Durante il passaggio dalla posizione quadrupedica alla posizione eretta si ha la comparsa della lordosi lombare (sempre per adattamento alla gravità). Questo ricalca quello che è stata la filogenesi, quando l’uomo è passato dalla stazione quadrupedica a quella bipede.

Le curve fisiologiche

Le curve lordotiche (cervicale e lombare), essendo strutture adattative, spesso presentano dei sintomi. Poiché si trovano a contatto inferiormente e superiormente con strutture compattative e contenitive (bacino, torace...), devono avere una funzione adattativa:

Ad es. la lordosi lombare è in influenzata da:
zona prossimale sottostante, ovvero il bacino;
zona prossimale sovrastante , cioè la colonna dorsale e il torace.

Essendo influenzata da tutti questi fattori, nella valutazione osteopatica si considera non solo la zona del sintomo, ma anche le strutture adiacenti che potrebbero essere causa del sintomo (visceri, organi interni, vertebre adiacenti, sacro, etc etc)
Bisogna essere acuti e veloci ad individuare la causa e soprattutto pratici nelle manovre.

La colonna che non presenta curvature fisiologiche è ancora più vulnerabile perché diminuisce la sua flessibilità e soprattutto la sua resistenza. In fisica la resistenza di una colonna è pari al numero delle curve al quadrato + 1 (R = N2+1)

Questo concetto ci porta ad una considerazione pratica ovvero che la presenza di queste curve è fondamentale per il corretto funzionamento della colonna stessa: per esempio le persone che presentano una colonna completamente piatta o molto verticalizzata sul piano sagittale (di frequente corrisponde a un soggetto alto e longilineo) sono spesso soggette a dolori della colonna vertebrale perché è una colonna più fragile e meno elastica (in quanto le curve donano elasticità alla struttura) e quindi non hanno una colonna priva di sintomatologia.

Questo vale sia da un punto di vista costituzionale che da un punto di vista pratico. Chi mantiene una posizione seduta con la schiena iperestesa e utilizza una respirazione toracica (utilizzando i muscoli accessori della respirazione) è sicuramente più predisposto a sviluppare microtraumi della colonna poiché la colonna stessa in questa posizione, da un punto di vista biomeccanico presenta un contatto posteriore con le articolazioni costo-vertebrali e pertanto il grado di rotazione diminuisce (poiché non si trova nella sua posizione fisiologica).

La rotazione della testa (del rachide cervicale) non è di 90° ma di 50-55°, per poter arrivare ai 90° la rotazione della colonna continua no all’ultima vertebra lombare che fa 1 grado di rotazione (a livello del rachide lombare abbiamo 5° di rotazione, 1 per ogni vertebra).

Ciò ci deve far pensare che una persona che non ruota la testa può avere un problema non solo sul rachide cervicale ma anche nelle porzioni più distanti della colonna.
Tornando al soggetto in posizione seduta la rotazione del capo non si esaurisce a livello cervicale ma arriva in modo determinante fino alla IV-V vertebra dorsale e quindi se la schiena è iperestesa si blocca la rotazione di tutta la colonna e quindi viene sollecitata in maniera particolare la regione cervicale. Questo ci dimostra come sia importante che queste curve abbiano un loro grado di adattamento. Se andiamo in un eccesso di gradi allora andiamo verso le ipercifosi o iperlordosi e possiamo parlare di dismorfismo o paramorfismo.

Sempre restando sul tema della globalità se ammettiamo che la rotazione cervicale prosegue sul rachide arrivando anche a livello più basso possiamo giustificare dei sintomi che non corrispondono per forza al punto in cui vi è la problematica meccanica-funzionale; quindi ritornando al discorso sulla curva cifotica rispetto alle due curve lordotiche (che sono adattative e secondarie), viene bene da pensare come le due lordosi (la cervicale e la lombare) sono delle curve non solo secondarie ma anche molto adattative ed è per questo che sono le curve in cui compaiono le maggiori sintomatologie. Vi sarà capitato di incontrare molte più persone che denunciano dolore a livello della curva cervicale o lombare rispetto alla curva dorsale.

Questo perchè queste regioni sono due aeree meno protette e meno stabilizzate. Prendiamo per esempio la regione lombare localizzata tra il bacino, che ha una mobilità relativamente stabile e condizionata dall’appoggio degli arti, e il tronco con la colonna dorsale (costituita dalle costole e dagli organi interni) che è un’altra struttura molto compatta e stabile. Tra il tronco e il bacino abbiamo la colonna lombare che, al di là della struttura muscolare, non ha nessun sostegno osseo (se paragonato per es. al torace che è invece un blocco più solido): quindi la zona lombare, come succede spesso alle lordosi, è una zona adattiva che deve e può adattare quelle che sono le componenti ascendenti e discendenti (pensiamo a quelle meccaniche e viscerali) che rendono la regione lombare più vulnerabile. Tra le altre cose il disco intervertebrale tra la V vertebra lombare e l’osso sacro è quello più soggetto a problematiche: subisce la maggiore sollecitazione, è l’unico disco che presenta una forme cuneiforme, ha infatti uno spessore anteriore che è circa 1,5-2 volte di quella posteriore (gli antropologi dicono che questa forma si sta modificando e magari tra qualche migliaio di anni, visto che è il punto dove è avvenuta di più la sollecitazione dalla stazione quadrupedica a quella bipede, potrà subire ulteriori modificazioni). Non a caso a livello statistico la maggior parte delle problematiche risiede a livello lombare.

La stessa cosa avviene a livello cervicale, poiché è una zona adattativa e percheé si trova anch’essa tra due zone più compatte quali il dorso e il cranio, il quale ha un suo peso e un suo volume e che, al di là della sua mobilità intrinseca, rappresenta una sfera di un certo peso che si trova appoggiata a una struttura la quale anche in questo caso è sostenuta solamente da muscoli come la regione lombare. Ecco perché a livello cervicale, da un punto di vista meccanico, si hanno tante sintomatologie.

Il problema (la disfunzione primaria) risiede sempre nella zona sintomatica?  NO!!!

Pensate solo che se ad esempio un soggetto ha una gamba più alta o una spalla più bassa, per mantenere l’orizzontalità dello sguardo, dovrà fare degli sforzi adattativi continui del rachide cervicale, che solleciteranno questa struttura in maniera importante.
Questo però ci porta a fare un’altra considerazione e cioè che spesso non è sufficiente lavorare a livello delle zone adattative: quando una persona viene da noi con un sintomo, istintivamente siamo portati a mettere una mano sulla zona che fa male, con la palpazione e una serie mirata di esercizi cerchiamo di migliorare localmente la problematica. Invece bisogna sforzarsi di capire quando il problema non è situato, come la causa, nella regione bensì può essere l’effetto di una disfunzione che deriva da un’altra regione.

Conclusioni

ATTENZIONE A NON COMMETTERE L'ERRORE GROSSOLANO DI DISINTERESSARSI COMPLETAMENTE DELLA REGIONE SEDE DEL DOLORE! Questo approccio (lavorare nella zona che fa male) non è sbagliato in assoluto, non bisogna fare l’errore opposto di avere un atteggiamento distaccato verso la regione dolorante, ma non bisogna neanche ostinarsi ad occuparsi unicamente della regione che procura dolore; posso anche dare degli esercizi mirati alla zona interessata, ma se dopo una settimana o due la persona  torna con lo stesso sintomo, devo andare a ricercare qualche altra cosa.

Dott. Francesco Palomba Osteopata D.O. M.R.O.I Laureato in Scienze Motorie e Sportive